Anaffettività o vulnerabilità? Vivere o sopravvivere?

Anaffettività o vulnerabilità? Vivere o sopravvivere?

Sono sempre stata attratta e soprattutto tagliata per ciò che è totalizzante ciò che ti coinvolge al punto tale da consumarti l’anima, da occupare ogni angolo, anche il più recondito, della tua testa.

E se banalmente qualcuno mi chiedesse cosa sia la moderazione, l’equilibrio o le mezze misure, non saprei che parte farmi, da dove iniziare… e molto probabilmente mai lo saprò.

Tutto o niente.

Bianco o nero.

Il grigio? Mi annoia facilmente.

Le sfumature? Così come mi piace la trasparenza e la schiettezza nelle persone, altrettanto esigo nella vita in generale. Tutto ciò che rimane indefinito, poco nitido, informe, ibrido, non fa per me.

Mi faccio prendere facilmente la mano da ciò che mi attrae. Tutto ciò che inizialmente era mera passione diveniva ben presto ossessione, quello che doveva essere un semplice hobby si rivelava l’ennesima occasione per sfidarmi, per mettermi alla prova, l’ennesimo test. La competizione è stata la mia compagnia di giochi. La mia spalla. La mia confidente. Colei che mi asciugava le lacrime e mi rassicurava, dandomi calore e conforto, nei momenti del bisogno, di solitudine e di abbandono.

Ho sempre nascosto bene, magistralmente – come diceva sempre mio nonno – le emozioni.

Non solo agli altri, ma prima di tutto a me stessa.

L’ho fatto per anni ed oggi posso dirvi che facevo bene.

Ma dovevo proteggermi dagli altri, proteggermi dal dolore… Che cosa incredibile l’istinto di sopravvivenza è?

… e sì certo non si può chiamare vita un’esistenza scevra di sentimenti e fatta soltanto di obiettivi e successi.

Però quando tutto dipende soltanto da te e dalla tua capacità di sacrificio ti senti potente, invulnerabile ma allo stesso tempo in gabbia.

Sai nel profondo di essere la causa della tua infelicità.

Sai di legarti le mani da sola.

Sai di privarti della stessa vita.

Però sai anche che, così facendo, abituandoti a questa condizione, ben presto sarai immune da ogni sentimento.

Sai bene come riuscire a non provare nulla.

Come riuscire a non aver bisogno delle stesse funzioni vitali.

Sono anni che ti alleni per riuscirci.

Quando però ti ritrovi a non poter più andare avanti così. Quando la tua valvola di sfogo diventa la tua ombra e non più un luogo in cui ti rifugi saltuariamente.

Quando non sei più in grado di gestire un’esistenza non degna di chiamarsi tale, quando ti manca provare un qualcosa, a quel punto decidi di aprirti, decidi di voler provare a vivere.

Quando, stufa di indossare quel sorriso che sembrava essere stato cucito su misura per te, e che ti aveva fatto sentire tanto al sicuro per anni, quando, esausta di rispondere “tutto bene” alla domanda come stai, decidi di mostrarti vulnerabile, debole e umana, perché quell’armatura comincia a starti stretta, perché realizzi che stai tagliando fuori dalla vita una parte fondamentale – sulla carta predominante – della vita stessa, in quel momento capisci che la Francesca bambina non era un’ingenua, tutt’altro, era lungimirante e scaltra.

E quando finalmente trovi il coraggio di spogliarti di quella tanto attraente quanto ingombrante armatura, gettarti nel vortice delle emozioni e rischiare, perché le strade percorse fino ad ora si son rivelate tutte senza uscita od a senso unico, quando non hai nulla da perdere se non una vita che ti aspetta e quella tanto chiacchierata condizione – a te sconosciuta – che chiamano felicità, e ti ritrovi a provare qualcosa, qualcosa a cui non sai dare né nome né definizione perché mai ti sei concessa il lusso “di”, in quel momento, in quel preciso istante ti scopri persa e disorientata.

E come un bambino che scopre il mondo e non il mondo esterno, quello che i fanciulli fremono di conoscere, noncuranti di ciò che li attende, bensì quello INTERNO, quello delle EMOZIONI.

E così, dall’oggi al domani, ti ritrovi a provare, a sentire qualcosa e sei spaventata ma al contempo eccitata perché sei riuscita ad abbattere quel muro di anaffettività fatto di cemento che non ti permetteva di vedere cosa c’era aldilà.

Per un attimo, fulmineo e fugace, torni bambina, per quella smania e fretta di conoscere e scoprire, che li differenzia dagli adulti.

E ti mangi le mani, perché realizzi che per anni ti sei privata di quei picchi di emozioni. Rinunciando a vivere e limitandoti a sopravvivere, nel migliore dei modi per carità, suscitando ora invidia ora ammirazione, prendendoti ciò che volevi, a qualunque costo – ed a te è costata una buona fetta di vita – contando solo su forza di volontà e capacità di sacrificio.

E ti senti un’emerita idiota perché, nonostante i traguardi raggiunti, non sei ancora in grado di dare un nome a quel pugno nello stomaco o a quel nodo nella gola e, sia chiaro, non sto parlando di amore… magari! La strada per arrivare all’apice della felicità e conoscere ciò che tutti, gran parte delle volte ingenuamente, confondono per amore è ancora lunga, io parlo molto più semplicemente di una qualsivoglia, e difficilmente catalogabile, forma di “emozione”.

Ed io oggi mi ritrovo proprio qui.

Divisa e combattuta dalla voglia di sentire un qualcosa, foss’anche odio o dolore, ma trattasi pur sempre di emozioni, da un lato; e la naturale propensione alla totale rinuncia a qualsivoglia forma di sentimento, confidando in un immaginario cosmo parallelo, fatto di anestetica indifferenza.

Ma come sempre voglio ridurre a ragione ciò che di razionale non ha nulla, analizzando pro e contro.

Entrambe le condizioni portano con sé sofferenza, ma di tipo diverso. Una è più correttamente inquadrabile in quello stato di amarezza e disillusione, quella consapevolezza che non si sarà mai realmente felici. L’altra invece implica l’esposizione alla sofferenza perché quando hai a che fare con l’altro, aggiungendosi una variabile ulteriore, il risultato non dipende solo da te, quindi vi è un rischio, inquadrabile in un 50 e 50.

In altre parole, o per mano tua o per mano straniera, ti ritrovi a dover soffrire.

Non mi resta che aspettare e vivere, nella speranza che un giorno io sappia dare risposta a voi ed a me stessa. ma quel giorno non è oggi mi tantomeno domani. E per la prima volta mi concedo il lusso di dire non lo so e di non inserire anche questo interrogativo con la relativa risposta nella mia fitta griglia di attività quotidiane.

Ma non vi nego che oggi avrei preferito essere la Franci anaffettiva di ieri.

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